E’ come sentirsi uomini della strada. Fa un certo effetto. Leggere i giornali, sbadigliare, guardare il solito panino di politici nei tiggì, cercare di capire questo e quello, arrivare alla conclusione che il più delle volte non ci sia nessun questo e nessun quello da capire. Come gli uomini della strada che a un certo punto dicono che la politica gli fa schifo, che gli fanno schifo tutti, e se ne devono andare a casa. Fa un certo effetto. Perchè poi quella è la gente sempre pronta a lamentarsi di ogni tiranno che poco prima aveva democraticamente votato. Sono quelli che, come scrive Matteo Bordone, “schifano la politica, schifano la collettività, schifano le tasse, se ne fregano di tutto tranne di dire che è una vergogna. Poi comandano e non fanno niente. O quello che fanno, lo fanno male. E continuano a lamentarsi, ma a voce più bassa, che non possono fare e hanno le manio legate”. Eppure viene voglia di dire basta. Sottosegretari, commissioni, grisaglia, apparato, palazzo. Venti pagine di giornale sulle polemiche parlamentari. Gli sprechi della politica e l’istituzione di una commissione che spreca per indagare sugli sprechi. Giocare e fare l’arbitro e legiferare e poi fare spallucce, tutto in una volta. Le diverse opzioni etico - politiche quasi all’improvviso diventano improvvisazioni fluide. Idee degradate ad abiti da cerimonia. La comunicazione ridotta a una menata insopportabile, che se ne frega dei fatti, delle decisioni prese, delle parole date. La cronica contraddizione tra le parole e i fatti. Tra i propositi dichiarati e i comportamenti effettivi. Luigi Pintor lo scriveva sull’Unità, addirittura nel 1983, ero appena nato: “Finché dura questo vuoto ideale e politico, le forze politiche non possono pretendere dalla gente una delega fiduciosa e convinta: in nome di che e per fare che? Nessuno chiede la luna; ma se non prendono evidenza nette discriminanti ideali e programmatiche, se ai miti contrapposti e trascinanti del passato si sostituisce un paesaggio politico indistinto, immagini omologate, e i partiti decadono a pure macchine elettorali, allora viene meno la ragione e la voglia di schierarsi”. E però subito rischia di cadere sulla testa come una tegola l’accusa bruciante di anti-politica. Tuttavia è forte l’impressione che non ci sia antipolitica più forte della politica stessa nel suo degrado. Quanto credito riformatore - come è stato giustamente detto - può pretendere una politica che non mostri di saper riformare se stessa? La Casta: ormai basta chiamarla come quel libro di emblematico successo. Tanti sogni utopici e poi naufragare alla buvette. La voglia di uomo forte, dicono i sondaggi. Tuttavia non c’è rabbia, al massimo delusione. Fare avanti e indietro, a un certo punto dire basta, ma poi non fidarsi di nessuno. Chi salverà l’Italia da cacciatori chiassosi, furbetti avidi e pappagalli impiccioni? Troppo caldo per pensarci. E se farà troppo caldo faranno una commissione sul riscaldamento globale, da riunirsi e verbalizzare in comode stanze con aria condizionata e stucchi di pregio. Si fa fatica a capire “la natura della corrente in cui siamo immersi”. Difficile modifare un sistema “dove uomini e partiti non hanno idee, o per idee si spacciano affocamenti di piccole passioni, urti di piccoli interessi, barbagli di piccoli vantaggi: dove si baratta per genio l’abilità, e per abilità qualcosa di peggio”. Parole, per capirci, di Giosuè Carducci a proposito del quinto ministero Depretis, nientemeno che nel 1883, un secolo fa, prima di nascere.