Gerovital

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“Mi vien da ridere e anche da piangere. Seduti o meglio avvinghiati a poltrone e poltroncine, capelli lunghi bianchi e barba in tinta, i vecchi dibattono il tema «largo ai giovani». Sono estremamente convinti: il futuro spetta ai giovani. Sono pienamente soddisfatti di questa loro «invenzione ideologica » e, guardandosi negli occhi non potendo fare molto di più, si avvicendano, non senza zoppie e cedimenti, nel sostenere la tesi che è necessario investire sulle nuove generazioni e approfittare delle ricchezze energetiche di cervelli e muscoli con date di nascita recenti. Il consesso accavalla luoghi comuni e ripetizioni ataviche, ma, ugualmente, deriva ai partecipanti un senso di pace con se stessi e la convinzione di aver fatto la giusta e dovuta concessione alla biologia e alla storia. Chiusi nell’anfiteatro della loro sopravvivenza, i vecchi ringalluzziscono ad ogni alba perché potranno continuare ad essere convinti sostenitori dei giovani. La sede dei «lavori» è chiusa ad audizioni degli interessati, considerati inutili se, come giovani, dovessero sostenere «largo ai giovani». Già, l’autoreferenzialità è monotonia…”.
(Mina, pattogenerazionale.com, La Stampa)

“E’ appena uscito un piccolo libro agghiacciante, “Elite e classi dirigenti in Italia” (a cura del professor Carlo Carboni, per Laterza); uno studio serio e pieno di numeri che certifica non già lo stato d’invecchiamento della classe di governo, che sarebbe la scoperta dell’acqua calda, ma che soprattutto documenta le barriere, i filtri, i freni, le procedure che i vecchi o gli anziani, carichi di risorse e prestigio, scaricano addosso alle generazioni più giovani. Queste ultime sempre più atterrite. E nemmeno tentate dal Gerovital o dai beveroni tibetani del dottor Scapagnini”.
(Filippo Ceccarelli, Crisi al Gerovital, Repubblica)

Chi firmava e chi cadeva

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bastadc.jpgA qualche chilometro e qualche giorno di distanza, vicino al mare, sbattevo le palpebre cercando di sfuggire al vento umido, alla valle del sonno, ai pensieri cupi. Assaggiavo l’aria, cercavo la luce. La campagna elettorale era iniziata evidentemente. Il sindaco Capitano era caduto. Di fronte ai palazzi municipali di questa livida provincia sudpontina, tutta la brava gente che fa struscio sulla piazza, guarda il mare senza paura di affogare. A Gaeta si vota tra meno di tre mesi, la giunta del Capitano Magliozzi è caduta in una sera di novembre mentre in aula si dibatteva su dove spostare i cantieri navali: fu una seduta di ricatti feroci e facce perplesse, coi vigili urbani mandati a cercare il sindaco fin nei sotterranei del palazzo, mentre il pubblico fischiava e gli attapirati consiglieri sbuffavano e litigavano, prima di alzare la bandiera bianca delle loro collettive dimissioni. “Come ti è sembrato” chiedo per telefono a uno dei miei spaghettati spin doctors. “Cosa, la tiella?”. Tiro fuori dalla tasca il foglietto stropicciato che mi è rimasto dall’altra sera. “Il comitato si impegna a…”. Il foglio è un po’ scarabocchiato. Ma forse è decisivo. “Non lasciarsi in alcun modo condizionare da romanticismi ed appartenenze vetero-politiche”. “Essere pronti a tutto”. “Fare tutto, nei propri limiti ed oltre, per portare il candidato alla vittoria”. “Dare retta, ma non troppo, al candidato”. “Vincere”. “Dare fondo al cazzeggio strategico più profondo e libero”. “Vittoria o non vittoria, conquistare Gaeta”. “Varie ed eventuali, in numero massimo di tre, a riempire i puntini”. Poi una data, poi un si vedrà. Preso dalla foga ho firmato dove non dovevo.

Consultiamoci

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La crisi di governo non deve coglierci di sorpresa. L’inedita e accidentale allenza tra un paio di trozkisti e il curvo Andreotti carozzato Pininfarina che ha portato alla caduta del debole governo Prodi va interpretata come un segno del destino di cui noi dobbiamo cogliere i frutti. Voto o non voto? Larghe intese o strette maggioranze? Riformismi o radicalismi? Noi, come avrete capito, ci stiamo attrezzando per conquistare un paese con la p minuscola lungo la ridente costa tirrenica, poiché anche quello ha bisogno di stabilità. Stiamo qui a consultarci con i nostri valenti spin doctors. Se poi dal Quirinale ci chiamano, noi correremo lesti a proporre la nostra soluzione alla crisi. Mandare un commissario prefettizio a Palazzo Chigi, per esempio. Oppure lanciare un governo a sorteggio, con una grande lotteria abbinata al festival di Sanremo per scegliere il prossimo premier. Oppure ancora un esecutivo di saggi, ma qui la ricerca si farebbe assai più lunga e complicata.

Dieci, cento, mille pins

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Non lo so, però ci sto

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orecchie.jpg“Ma non c’è pudore?”. “No”. “Dobbiamo starne sicuri?”. “Non direi”. Mi sento questa luce sparata in faccia, e mi dicono di sorridere ma rimanere serio, mi dicono di improvvisare ma senza combinare guai. “Dillo bene: voglio… Calca la voce, lascia credere che lo senti: voglio fare il… dai, riproviamo daccapo”. Sento mal di pancia. Ma devo guardare fisso nell’obiettivo della telecamera. Sta iniziando un’altra campagna elettorale. Almeno politicamente stiamo così: non abbiamo più stagioni dell’amore ma solo periodi intermittenti di perversione. Ma non era iniziato tutto così, io alla scrivania e il regista davanti, con una luce negli occhi. D’autunno eravamo già stanchi dei mondiali vinti col retrogusto amaro e delle elezioni pareggiate con il boccone in gola. Stavamo, insomma, a metà tra gli alberi e le foglie. In Italia sembrava che stessero per ricontare tutte le schede elettorali di aprile, da capo a piede, ficcandosi nel groviglio di crocette e matite per uscirne chissà come. A nessuno però gliene importava più di tanto. La percentuale di cittadini italiani che si fidavano di se stessi era, stando ai più recenti sondaggi, piuttosto bassa. Mentre io, ogni mattina, speravo di aiutare le sorti dell’umanità rispondendo al telefono da grigi call center e rispolverando siti istituzionali in redazioni d’avanguardia. “Pronto, in cosa posso esserle utile?”. Ogni sera rivolgevo qualche ameno pensiero alle sorti del mio paesone d’origine telefonando a mio padre e chiedendogli cosa succedeva in municipio. “Mi senti, ormai sono tutti senza speranza”. Una sera di novembre aprii la porta di casa al vecchio Guarins, e alla sua banda di spin doctors. Gente ghiotta di spaghetti e di politica. D’altronde: chi non ha amici spin doctors, di questi tempi? Prima che scoccasse la mezzanotte tirarono fuori un foglietto. Succede sempre così coi grandi momenti della vita e della storia: non te ne accorgi mai, e quando te ne accorgi non riesci a capire se ti stanno per incastrare o ti stanno per salvare. “Ma la realtà – mi disse Peppuccio, indubbiamente un maledetto provocatore sociale - se ne infischia degli armamentari, o ne inventa sempre nuovi, e se ne infischia pure di te”. “Allora che fai, firmi, scendi in campo, ti butti?”. Intravidi una telecamerina accesa dietro le barbe riformiste e gli occhi famelici. “Non lo so, però”. Datemi la penna. “Però ci sto”. Le postille, occhio alle postille scritte in piccolo. “Cazzo, è finita la pellicola”.

La sedia vuota era un presagio

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«Era ormai chiaro a tutti che non restava che far calare il sipario sull’amministrazione. Vano, dunque, il tentativo di prendere tempo del presidente dell’assemblea che, in un impeto, sospendeva la seduta per “bagarre in aula”. Ad una maggioranza già traballante da tempo non restava che il suicidio politico? E perché allora convocare una seduta consiliare senza aver trovato l’unità d’intenti? Perché il sindaco non si è dimesso ma si è lasciato sfiduciare così, sotto gli occhi del foltissimo pubblico presente in aula? La sedia vuota era stata un presagio. “E’ finita!Tutti a casa!” gridavano alcuni spettatori mentre altri, soprattutto anziani, uscivano dall’aula con gli occhi lucidi”.
(Articolo di Sandra Cervone, “Il Messaggero - Latina”, 14 novembre 2006)


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