Sotto il campanile del municipio stanno tutti col naso all’insù. Il vento fa i capricci, il vessillo gaetano bianco e rosso non vuole saperne di infilarsi sul pennone. Fasce tricolori, secche o panciute che siano, non se ne vedono, neanche un commissario per chiacchierar. L’ex sindaco Magliozzi arriva sgommando, parcheggia la sua berlina scura al centro dell’incrocio tra la piazza e il lungomare, scende e stringe qualche mano, si fa una risata, neanche un vigile urbano per multar. Il brigante Ciano passeggia con la telecamerina nella mano, dice che non la vuole posare neanche se diventasse assessore nella giunta del suo amico Raimondi, “sono uno di strada, io”. La banda musicale suona a passo di marcia. Un gruppetto di consiglieri comunali mancati confabula ai tavoli del bar. Qualche santino elettorale stracciato e calpestato spunta agli angoli dei marciapiedi. I santi quelli veri, quelli patroni della città, stanno invece per uscire in processione. Ma a quale santo si voteranno Anthony l’Americano e Massimo il Capitano per la sfida elettorale che li attende, la resa dei conti del secondo turno? “Il ballottaggio che non ti aspetti” ha titolato Il Messaggero all’indomani dei risultati. Qualche giornale locale parla di “laboratorio politico”. “E’ una città drogata dall’antipolitica” secondo gli umori spiazzati di certa destra e certa sinistra. “E’ una terra che vuole risorgere” dicono i più convinti nella tribù dei raimondiani. Certamente pare assai volubile questa Gaeta sospesa tra un voto e l’altro, sballottata dalle sirene del ballottaggio comunale, questo paese anguilla che non vuole concedersi mai completamente e, difatti, quando va a votare celebra le croci e le delizie del “voto disgiunto”, vera novità di quest’ultima tornata elettorale. [continua]