Ilvo Diamanti: “Cari figli, uccideteci”

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prodivicenza.jpgHo letto l’intervista di Ilvo Diamanti su L’Espresso di questa settimana (qui il pdf dal sito della Camera). Il famoso politologo, considerato uno dei più acuti interpreti della società italiana, traccia un ritratto di un’Italia impegnata a vivere un eterno presente, senza più futuro, nè sogni. Perchè la classe politica ha tradito la propria missione. E oggi il marketing ha sostituito le idee. E così crescono generazioni senza domani. Oggi, in teoria tutti avrebbero l’interesse a lavorare sul futuro. Perché non è così? « Perché siamo un paese dissociato, schizofrenico, ancorato al passato dal punto di vista delle identità politiche e sociali e che ha attori politici incapaci, appunto, di immaginarsi e inventarsi il futuro». Quali i motivi veri di questa schizofrenia? «Il successo di Berlusconi, nei primi anni Novanta, ha imposto un modello di politica che ha sostituito la comunicazione all’organizzazione e la personalizzazione alla partecipazione. Ma se una democrazia consociativa si trasforma in fretta in una democrazia di marketing elettorale è la stessa politica che spinge a ragionare retrospettivamente o al massimo sul presente immediato. Anche se in realtà l’elettore vorrebbe sempre il nuovo». […] E al futuro chi ci pensa? «Il paese si è abituato a fare da sé e a non usare le sue classi dirigenti. Ha elaborato la grande capacità di muoversi per piccoli gruppi, piccoli circoli. Affronta le sue sfide adattandosi, giorno per giorno. Ma si muove attraverso la logica del veto più che della cooperazione». E i politici? «Nel momento in cui la politica è fatta da piccoli circoli e usa anzitutto i media, la comunicazione e il marketing, non vende più il futuro all’elettore, vende un prodotto». Vende il presente. «Esatto. Noi siamo la Repubblica del senatore Pallaro, lui è il riferimento ideale. Si naviga a vista. Nessuno si azzarda a spiegare cosa potresti essere, ciò che devi essere, il vero ruolo delle ideologie o delle profezie: ti danno la possibilità di guardare al futuro. Sai bene, magari, che nella vita non realizzerai quell’obiettivo, ma hai un orizzonte. Oggi è scomparso l’orizzonte. Anche per questo oggi c’è tanta sfiducia. Perché la fiducia, come suggeriva Simmel, è una “ipotesi sulla condotta futura”. Sul futuro».

Serve una first lady. Facciamo le primarie

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ldc_per_gaeta_02.jpgAdesso che sono candidato a sindaco di Gaeta è chiaro che ho bisogno di una first lady. La first lady al giorno d’oggi è importante: ricopre un ruolo pubblico, di rappresentanza e di democrazia, è una voce che consiglia e guida, sostiene e critica. Essere first lady conta e conterà sempre di più, a Gaeta come nel mondo. Questa città ha bisogno di essere governata, e io sono pronto, ma ha bisogno anche di essere amata. Per questo mi serve una first lady. E, per la prima volta, la persona che occuperà un ruolo così decisivo sarà scelta con un grande momento di partecipazione. Così nasce l’idea delle “primarie della first lady”. Si tratta di vere e proprie elezioni primarie che sia attraverso eventi pubblici che tramite internet. Tutte voi donne, tutti e tutte voi che vi sentite donne, potete partecipare inviando i vostri video, le vostre foto, le vostre presentazioni all’indirizzo primarie@spaghettispindoctors.com. Portate il vostro contributo. Il popolo, e pure io, non può aspettare. Perché dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, e ora dietro una grande donna ci sarà una grande mobilitazione popolare!

Alla conquista dell’etere

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Stasera alle ore 22,30 il candidato sindaco Luca Di Ciaccio diffonderà i suoi primi videomessaggi alla città dagli schermi della telestreet gaetana Tele Monte Orlando. I cittadini e telespettatori di Gaeta possono sintonizzarsi sul canale 42. In ogni casa brillerà la tivvu’, tutti intorno seduti a guardare. E il padre al figlio dirà: senti un po’, solo un consiglio io ti do, tu nella vita comandi fino a quando ci hai stretto in mano il tuo telecomando. E alla conquista del voto partiremo.

Discesa in campo

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ldc.jpgIl mio è il paese che amo, ebbene si. Tiro fuori dalla tasca il foglietto stropicciato che mi è rimasto da una sera di un inverno che non c’è stato. “Il comitato si impegna a…”. Il foglio è un po’ scarabocchiato. Ma forse è decisivo. “Non lasciarsi in alcun modo condizionare da romanticismi ed appartenenze vetero-politiche”. “Essere pronti a tutto”. “Fare tutto, nei propri limiti ed oltre, per portare il candidato alla vittoria”. “Dare retta, ma non troppo, al candidato”. “Vincere”. “Dare fondo al cazzeggio strategico più profondo e libero”. “Vittoria o non vittoria, conquistare Gaeta”. “Varie ed eventuali, in numero massimo di tre, a riempire i puntini”. Poi una data, poi un si vedrà. Quella firma pare la mia. Attorno a me, gente ghiotta di spaghetti e di politica. Mia madre vuol sapere cosa fare quando le amiche le chiedono se davvero suo figlio si vuole candidare sindaco alle elezioni e sta pure cercando una first lady. Mamma, il popolo non può aspettare. Nessuno si impegna? E allora mi impegno io. C’è Baudrillard che è morto, e a suo tempo lo diceva: “non si può vivere senza una scena politica, e quando questa non c’è, emerge allora la necessità di una finzione di scena politica”. Diceva pure, la buonanima, un’altra cosa da tenere a mente: “noi siamo sempre in ritardo sulla stupidità”. Ora il regista mi dice di guardare dritto in camera. Calca la voce - mi dice - lascia credere che lo senti, alza gli occhi, voglio fare il, ridillo, dai riproviamo daccapo. Ci vuole un bel casting per gli iscritti e un bel team di autori per il mio discorso programmatico, ecco cosa ci vuole. Il format è pronto. Il filmato circola. Le gente mormora. Il postmoderno trionfa sul senso. L’audience è già alta. Che vi credete, non è mica facile scendere in campo.

Royale Politique

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Lo diceva la buonanima di Baudrillard che “non si può vivere senza una scena politica, e quando questa non c’è, emerge allora la necessità di una finzione di scena politica”. Diceva pure un’altra cosa da tenere a mente: “noi siamo sempre in ritardo sulla stupidità”. Comunque oggi è un grande giorno.

Corride politiche in arrivo

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Dalla politica al format il passo è breve. Scegliere un candidato elettorale col meccanismo del reality e magari con l’indicazione del televoto non è una novità. Ci sono già dei precedenti in giro per il mondo, e in fondo non è detto che sia poi così peggio rispetto ai Porcellum nostrani. Ora leggo sull’Espresso che Rai2 si prepara a mettere in pista un nuovo reality, in partenza a fine marzo e dedicato alla politica locale. Titolo: “VotaAntonio”. Cittadini qualsiasi inventeranno partiti e programmi, proporranno soluzioni ai problemi del Paese. Questa specie di “Corrida” della politica nasce da un format inglese molto rimaneggiato. Stando alle anticipazioni, condurrà Fabio Canino mentre alla presidenza della giuria ci sarà un direttore di giornale. Al pubblico da casa, manco a dirlo, spetterà il televoto.

Pane e politica

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Visto stasera su Rai3 un’istruttiva inchiesta di Riccardo Iacona, della serie “W l’Italia” (la seconda puntata in onda domenica prossima). Si parlava di “Pane e politica”, viaggio dalla Calabria a Roma per raccontare la politica com’è oggi e le nuove dinamiche che la regolano. Sottinteso: come il mestiere di politico, soprattutto ai livelli inferiori e periferici, sia appetito per mille motivi. Iacona cambia angolatura, nella sua analisi della cosa politica: non dall’alto, coi politici da prima pagina, ma dal basso, con la politica degli sconosciuti. Mettendo in evidenza la crisi della rappresentanza, il declino dei partiti, l’avanzare delle liste-persona, il degrado del voto. Niente teorie politiche: basta scendere nella piazza del paese. S’è vista una Catanzaro coperta di manifesti, manifestoni e manifestini sui muri, sui cancelli, sulle porte delle case, sui pali della luce e sui segnali di stradali, tutti faccioni in gara alle votazioni comunali tenute la scorsa primavera. Dove si è assistito alla creazione di improbabili alleanze elettorali, in un proliferare di liste civiche, partiti personali, entità virtuali. Centinaia di candidati, decine di liste, simboli di una politica esplosa su se stessa, svuotata dei propri significati e spudorata delle proprie azioni. Coi candidati che si sforzano un po’ buffamente di trovare la frase giusta, la parola azzeccata, lo slogan migliore. Che poi sono sempre gli stessi, questi slogan: dall’amore per all’orgoglio di. “E perchè, il vostro avversario non ama e non è orgoglioso di essere catanzarese?”. “E certo, pure lui, ci mancherebbe”. “E allora, scusi, dov’è la differenza?”. Già, dov’è? E infatti salta ogni logica di partito, con i centrodestra e centrosinistra che si scambiano uomini e ruoli da una tornata elettorale all’altra, le liste sono zattere personali su cui saltare. E i programmi? In fondo tutti uguali, conta la persona, contano i favori. Cosicchè al ballottaggio arrivano a sfidarsi un polo degli ex e una coalizione del tutti dentro. Ma arrivati al finale, quando non c’è più l’esercito di aspiranti consiglieri tra cui scegliere, per spingere questo o quello, ma solo la sfida ristretta tra due sindaci, i cittadini alle urne non sono più gli stessi, al primo turno l’87%, al secondo turno il 51%, perché per molti la democrazia si è fermata sulla porta di casa dell’amico, del parente, del compare da votare in cambio di un favore, di un piacere, di un rimedio. Col pane che basta ancora e la politica che non serve più.

In Italia si sta bene, si sta male, anzichenò

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rossi.jpgChe il festivàl sia lo specchio del paese lo dicono così in tanti che quasi il paese ha cominciato a crederci, anche se io continuo a pensare che sia meglio non fidarsi. Mai come stavolta calzavano a pennello le usate metafore sulla nave che affonda, l’orchestra che suona, le masse distratte dalla lotta di classe. Ma il vero problema è che Sanremo guarda indietro, mentre noi dobbiamo guardare avanti. Però anche prenderci qualcosa di buono, se ci capita. Per esempio la filastrocca di Paolo Rossi, saltata fuori dai cassetti di Rino Gaetano (VIDEO). Quella che dice che in Italia si sta bene, in Italia si sta male, si sta bene anzichenò. E in Italia ci sta il sole per asciugarsi quando piove. E in Italia c’è l’amore da quando nasce a quando muore. Sebbene il dilemma finale è dirimente mica poco: ma in Italia ci sto o non ci sto? Toccherà pensarsi se vogliamo farne il nostro inno.

Gerovital

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“Mi vien da ridere e anche da piangere. Seduti o meglio avvinghiati a poltrone e poltroncine, capelli lunghi bianchi e barba in tinta, i vecchi dibattono il tema «largo ai giovani». Sono estremamente convinti: il futuro spetta ai giovani. Sono pienamente soddisfatti di questa loro «invenzione ideologica » e, guardandosi negli occhi non potendo fare molto di più, si avvicendano, non senza zoppie e cedimenti, nel sostenere la tesi che è necessario investire sulle nuove generazioni e approfittare delle ricchezze energetiche di cervelli e muscoli con date di nascita recenti. Il consesso accavalla luoghi comuni e ripetizioni ataviche, ma, ugualmente, deriva ai partecipanti un senso di pace con se stessi e la convinzione di aver fatto la giusta e dovuta concessione alla biologia e alla storia. Chiusi nell’anfiteatro della loro sopravvivenza, i vecchi ringalluzziscono ad ogni alba perché potranno continuare ad essere convinti sostenitori dei giovani. La sede dei «lavori» è chiusa ad audizioni degli interessati, considerati inutili se, come giovani, dovessero sostenere «largo ai giovani». Già, l’autoreferenzialità è monotonia…”.
(Mina, pattogenerazionale.com, La Stampa)

“E’ appena uscito un piccolo libro agghiacciante, “Elite e classi dirigenti in Italia” (a cura del professor Carlo Carboni, per Laterza); uno studio serio e pieno di numeri che certifica non già lo stato d’invecchiamento della classe di governo, che sarebbe la scoperta dell’acqua calda, ma che soprattutto documenta le barriere, i filtri, i freni, le procedure che i vecchi o gli anziani, carichi di risorse e prestigio, scaricano addosso alle generazioni più giovani. Queste ultime sempre più atterrite. E nemmeno tentate dal Gerovital o dai beveroni tibetani del dottor Scapagnini”.
(Filippo Ceccarelli, Crisi al Gerovital, Repubblica)

Consultiamoci

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La crisi di governo non deve coglierci di sorpresa. L’inedita e accidentale allenza tra un paio di trozkisti e il curvo Andreotti carozzato Pininfarina che ha portato alla caduta del debole governo Prodi va interpretata come un segno del destino di cui noi dobbiamo cogliere i frutti. Voto o non voto? Larghe intese o strette maggioranze? Riformismi o radicalismi? Noi, come avrete capito, ci stiamo attrezzando per conquistare un paese con la p minuscola lungo la ridente costa tirrenica, poiché anche quello ha bisogno di stabilità. Stiamo qui a consultarci con i nostri valenti spin doctors. Se poi dal Quirinale ci chiamano, noi correremo lesti a proporre la nostra soluzione alla crisi. Mandare un commissario prefettizio a Palazzo Chigi, per esempio. Oppure lanciare un governo a sorteggio, con una grande lotteria abbinata al festival di Sanremo per scegliere il prossimo premier. Oppure ancora un esecutivo di saggi, ma qui la ricerca si farebbe assai più lunga e complicata.


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